sabato 27 maggio 2017

Amitav Ghosh

più consumiamo e più siamo liberi, così dice continuamente la pubblicità borghese. è la grande finzione che ci toglie la responsabilità di vivere le scelte

Il cambiamento climatico distrugge la lingua così come distrugge il mondo.
Ecco perché abbiamo un disperato bisogno di parole nuove.

oggi, proprio quando si è capito che il surriscaldamento globale è in ogni senso un problema collettivo, l’umanità si trova alla mercé di una cultura dominante che ha estromesso l’idea di collettività dalla politica, dall’economia e anche dalla letteratura


Certo guerre, miseria e disastri ambientali sono tra le cause dello spostamento di intere popolazioni, ma questa è solo una parte della storia. Ho appena girato per due settimane l’Italia, visitando anche i centri di detenzione e incontrando centinaia di migranti: per molti di loro sono desideri e sogni di una vita diversa e migliore la principale spinta a muoversi. E ai politici, pieni d’odio, che dicono di voler fermare l’immigrazione domando: pensate davvero di essere capaci d’impedire alla gente di sognare?

Le scelte individuali di stili di vita e di consumo sono senza dubbio rilevanti. E oggi l’individuo sembra scomparire di fronte alla produzione di massa del desiderio di merci. Al tempo stesso però tutti i problemi sono visti come il frutto esclusivo di scelte individuali, mentre non si può nemmeno cominciare ad affrontare i cambiamenti climatici se si parte dal livello individuale.

Queste illusioni sono il frutto dell’egemonia della cultura neoliberista, che pretende di ricondurre tutto all’individuo. Si scrive molto d’ «impronta ecologica». Ma negli Stati Uniti ci si dimentica che il più grande consumatore energetico, e produttore di gas serra, è proprio il Pentagono. È questa la strana cecità che occulta i fattori strutturali. Credo che il primo capitolo di Furore di Steinbeck sia una «climate novel» ante litteram e ci spiega con straordinaria efficacia l’importanza decisiva dell’azione collettiva. Oggi è più che mai indispensabile immaginare innanzitutto una collettività umana per poter combattere il cambiamento climatico.


la lotta per il potere si chiama guerra, e noi siamo in guerra. Siamo in una guerra in cui il campo di battaglia è l’ambiente. Un filosofo francese, John Dupuy, ha detto a questo proposito una cosa estremamente calzante: noi non danneggiamo l’ambiente perché odiamo la natura ma danneggiamo l’ambiente perché ci odiamo tra di noi.

Uno dei problemi principali del cambiamento climatico è che tutti gli avvertimenti, i moniti, gli allarmi, sono stati lanciati da scienziati e tecnologici e analogamente tutte le proposte sono venute dal mondo della scienza e della tecnologia. Nel mondo la questione è passata nelle mani di un élite di scienziati e di tecnologici ma in fin dei conti le macchine che creano l’inquinamento e l’effetto serra non sono che meri strumenti che sono in ultima analisi alimentati dai nosti desideri che sono generati dalla cultura. Basti pensare a tutte quelle inserizioni che, anche oggi, con tutto quello che sappiamo, pubblicizzano macchine grandi, simboli di virilità e di libertà.

Il romanzo come forma conosce la sua ascesa simultaneamente all’arrivo e poi all’incremento di combustibili fossili. Man mano che aumenta l’utilizzo di combustibili fossili il romanzo raggiunge il suo apice ma naturalmente esistono altre forme di narrazione, come la poesia e componimenti in prosa come il “Decameron”. E dato che sono stato io a sollevare la questione ora mi tocca rispondere con un romanzo pensato in questa maniera.

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