venerdì 1 maggio 2015

Isabel Allende

Sì. In un certo senso. Naturalmente c’è anche un processo intellettuale. Ma nel raccontare storie c’è un lato magico. Tu entri in un altro mondo. La storia si completa quando entri nella storia collettiva, quando le storie delle altre persone diventano parte della scrittura, e tu sai che quella non è solo la tua storia. Io ho la sensazione di non inventare nulla. Mi pare di scoprire in qualche modo cose che esistono in un’altra dimensione. Mi pare che loro siano già lì e il mio compito sia quello di trovarle e portarle nella pagina. Ma non le invento. E in questi anni in cui ho scritto, nella mia vita e nel mio lavoro sono successe cose che mi hanno provato come tutto sia possibile, io sono aperta a qualunque mistero. Quando passi troppe ore al giorno in silenzio e da sola – così tante e tante ore come me – sei in grado di vedere quel mondo. Immagino che quelle persone che pregano o meditano a lungo, o semplicemente stanno da sole in un convento o altrove, finiscano con il sentire voci e avere visioni perché la solitudine e il silenzio creano un terreno adatto. A volte scrivo qualcosa, e sono praticamente certa che si tratti di frutto della mia immaginazione. Mesi o anni dopo scopro che era vero. E sono sempre preoccupata quando succedono queste cose... “Che cosa è questo? E se le cose succedono perché le ho scritte? Devo stare molto attenta a usare le parole”. Ma mia madre dice “No. Le cose non succedono perché tu le scrivi. Non hai questo potere. Non essere così arrogante. Quel che capita è che tu sei in grado di vederle e le altre persone no perché loro non hanno tempo, sono troppo presi dal rumore del mondo”. Mia nonna era una chiaroveggente. E sebbene non scrivesse, era in grado di indovinare le cose e di entrare in eventi e sensazioni sconosciute. Era consapevole. Io immagino sia solo una faccenda di maggior consapevolezza.

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